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venerdì, 23 febbraio 2007

Il segreto dell'architettura islamica medioevale
Che cosa hanno in comune le madrasse dell'Uzbekistan e di Bagdad, la moschea di Isfahan in Iran e i palazzi sacri di Agra in India o di Herat in Afghanistan? L'impareggiabile maestria delle decorazioni, un complesso sistema di ceramiche ornamentali capaci di creare affascinanti arabeschi geometrici, che si replicano disegnando simmetrie azzardate. Una sorta di "marchio di fabbrica" dell'architettura islamica, che si ritrova costante dall'Asia centrale al Medio Oriente fin dal Medioevo.
Ma dietro quella che sembrava fino a oggi l'abilità certosina di un'affermata scuola artigiana si nascondono sofisticate formule matematiche che l'Occidente avrebbe compreso solo 500 anni dopo, a partire dal 1970. Lo sostiene uno studio americano pubblicato su Science.
Il mistero che sta dietro gli intricati disegni ornamentali delle "tassellature" islamiche è quello che gli scienziati chiamano una geometria "quasi cristallina", uno schema che replica la precisa struttura di un cristallo senza mantenerne l'esatta simmetria. E' una configurazione estremamente complicata da realizzare, che sottintende conoscenze matematiche molto avanzate.
A lungo si è pensato che le decorazioni geometriche tipiche delle architetture islamiche venissero realizzate a forza di compasso e regolo. Ma Peter J. Lu, dell'Università di Harvard, insieme a Paul J. Steinhardt dell'ateneo di Princeton, sostiene invece che questi semplici strumenti non sono sufficienti a spiegare risultati così perfetti, senza distorsioni, ottenuti su superfici così ampie.
Analizzando la struttura degli schemi ornamentali usati su larga scala, i ricercatori hanno individuato un modello complesso, creato partendo da tasselli a stelle e poligoni chiamati "girih", frequente negli edifici islamici sin dal XV secolo. Un disegno elaborato, ma con una simmetria che non si ripete mai uguale, che l'Occidente ha descritto per la prima volta solo negli anni '70 grazie all'intuizione del fisico e matematico britannico Roger Penrose.
"Erano più avanti di noi di almeno 500 anni", spiega a Repubblica.it Peter J. Lu, primo autore della ricerca. E in tempi di "conflitto di civiltà", ciò dovrebbe far riflettere, dice lo scienziato. "Questo dovrebbe dare all'Occidente nuove motivazioni per studiare la cultura e la storia del mondo islamico, particolarmente rilevante nell'attuale contesto geopolitico", continua Lu. "Se il nostro lavoro contribuisse a far luce sui progressi scientifici e matematici del mondo islamico medioevale, sarebbe per me una grande soddisfazione. E magari ne uscirebbe un livello di comprensione maggiore fra due gruppi di persone che al momento non vedono allo stesso modo molte cose". (Fonte: La Repubblica del 22 febbraio 2007).

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notizie, medioevo

giovedì, 22 febbraio 2007

I manufatti medievali di Domenico e Lanfranco da Ligurno
Nell’ambito delle celebrazioni del Quattrocentesimo anno del Sacro Monte di Varese a cura di Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese, Regione Lombardia, Provincia di Varese, Comune di Varese, Parco del Campo dei Fiori, dal 17 marzo fino al 30 giugno 2007 si propone la mostra I manufatti medievali di Domenico e Lanfranco da Ligurno tra Santa Maria del Monte e Voltorre, già presentata in anteprima nell’ottobre 2006 e ora riproposta con alcuni ampliamenti.
La mostra è dedicata agli scultori Domenico e Lanfranco da Ligurno che verso la fine del XII secolo lavorarono a S. Maria del Monte in connessione all’impegnativo cantiere d’età romanica. A Domenico e Lanfranco, cui spetta una posizione di rilievo nel panorama della scultura medievale lombarda, è attribuita la Madonna con il Bambino che, per la sua antichità e per la sua pregevolezza, è stata scelta come immagine-simbolo del restaurato Museo Baroffio e del Santuario in cui è custodito il corpus più consistente delle opere dei due magistri. Questa Madonna, dall’iconografia enigmatica che rimanda alla devozione per la Madonna della Cintura, è una delle sculture romaniche più insigni del territorio varesino, oltre che la più antica immagine della Vergine conservata in questo luogo di secolare devozione mariana.
Il vicolo medioevale del borgo di S. Maria del Monte è l’ambiente suggestivo in cui sono poste le strutture espositive che presentano le notizie biografiche dei maestri Domenico e Lanfranco da Ligurno e le opere a loro attribuite, ma anche la storia medievale del santuario, con particolare riferimento all’età romanica e al significativo portale, di cui è fornita un’interessante ricostruzione, che i due scultori realizzarono prima del 1196. Lo sguardo viene esteso anche all’antico chiostro di S. Michele di Voltorre presso Gavirate, dove Lanfranco lavorò e lasciò incisa la sua firma su un capitello. Presso il museo è disponibile la pubblicazione I manufatti medievali di Domenico e Lanfranco da Ligurno tra Santa Maria del Monte e Voltorre scritta dai curatori della mostra Alfredo Lucioni (Intorno a Lanfranco da Ligurno e alla sua famiglia), Paola Viotto (L’opera dei maestri Domenico e Lanfranco da Ligurno), Laura Marazzi (Devozione e iconografia della Madonna della Cintura), Piero Lotti (La chiesa romanica di Santa Maria del Monte). La pubblicazione, che rientra nell’apprezzata serie dei Diari del Baroffio (5 €), è stata pensata quale contributo di ricerca per la mostra. La mostra, su progetto di Paolo Zanzi, è realizzata con il sostegno della Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese. L’allestimento è concepito in modo che la mostra possa essere facilmente esportata in altre sedi; sono in fase di studio le modalità di prestito.

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notizie, appuntamenti, medioevo

domenica, 18 febbraio 2007

«Sono le prime opere senza veli del Medioevo dopo l’era della censura»
Il primo a far nascere la curiosità sul giallo delle sculture erotiche in cattedrale è stato Carmine Mottola, studioso attento e sensibile a tutti i fenomeni d’arte cittadini. Una visita al cantiere della navata centrale di San Matteo a Salerno e l’invito ad alzare lo sguardo verso la “corona” del candelabro che reca il cero pasquale: sono quei danzanti che Philippe Daverio ha mostrato in una puntata di «Passepartout», indicandoli come i nudi più antichi del Medioevo. Sembra una storia campata in aria, malgrado arrivi la conferma di Donatella Barrella, la ventinovenne restauratrice, unica salernitana del Consorzio Sparla che sta curando il maquillage del duomo. Anche lei, tra i tantissimi fan di Daverio, ha ascoltato la trasmissione ed è rimasta affascinata dall’ipotesi lanciata dal sociologo dei processi artistici, grande animatore dei salotti della cultura del Belpaese. Anche Matilde Romito, direttrice dei musei provinciali, mostra di essere al corrente di quella che per tanti salernitani, è una vera e propria novità. La fonte è sempre la stessa, Daverio, questa volta dal vivo e non via etere. «Ci siamo conosciuti lo scorso luglio - dice la dirigente di palazzo Sant’Agostino - L’ho invitato a farmi da testimonial del museo virtuale del patrimonio artistico di Salerno. Appena arrivato ha voluto visitare il duomo e mi ha raccontato di questi nudi d’autore, di cui, confesso, ignoravo quasi tutto». Tra il sorriso e la meraviglia il divulgatore per eccellenza delle meraviglie d’Italia accoglie la provocazione sulla veridicità, o «eccesso», come obietta qualche storico locale, delle sue affermazioni. Sta lavorando ad una nuova puntata di Passepartout, ma si lascia piacevolmente intrattenere a telefono. «È strano che solo oggi sia montato il caso - si lascia scappare - Ho raccontato dei nudi salernitani molto tempo fa. Tra l’altro ritenevo che per voi la loro datazione fosse una cosa assodata». Poi spiega: «Fino a qualche tempo fa, è vero, si riteneva che la scultura senza veli più anziana, dopo l’iniziale sessuofobia medioevale fosse l’“Adamo” scolpito sul battistero di Pisa da Nicola Pisano. Parliamo di XIII secolo, gli amboni della chiesa salernitana sono del XII. Ecco risolto il mistero, è semplice, basta contare». Il motivo del nudo è, per Daverio, la vicenda politica, l’odio dei normanni per i bizantini, e non la ragione estetica. «San Matteo - dice - è stata edificata per volere dei normanni, è un segno tangibile della loro potestà. Ed ecco che, mentre la cultura bizantina era fortemente sessuofoba e tutta incentrata sul Dio egemone, quella normanna, totalmente innovativa, mette al primo posto il nudo paradisiaco con la centralità dell’uomo».

Postato da: italiamedievale a 08:54 | link | commenti (1) |
notizie, medioevo

giovedì, 15 febbraio 2007

Medioevo in Libreria, quinto appuntamento
Si terrà sabato 17 febbraio 2007 il quinto appuntamento con "Medioevo in Libreria", ciclo di conferenze, eventi e visite guidate organizzato dall'Associazione Culturale Italia Medievale. Questo il programma della giornata:
Ore 10,00: Visita guidata: Il Museo del Duomo di Milano. Ritrovo davanti all’ingresso del Duomo.
Nel pomeriggio, alla Libreria del Castello Sforzesco di Milano
Ore 15,30: A tavola nel Medioevo, percorso gastronomico e cronologico nelle prelibatezze della cucina medievale. Longobardi e Franchi. A cura dell dott.ssa Giovanna Motta.
Ore 16,00: Paolo Chiesa, Università degli Studi di Milano: I Longobardi raccontati. Paolo Diacono e le storie del suo popolo
Paolo Chiesa è professore ordinario di Letteratura latina medievale presso l’Università degli Studi di Milano. Ha al suo attivo varie edizioni di testi letterari latini del medioevo, in particolare di genere storiografico, e ha coordinato diversi congressi sulla letteratura medievale, uno dei quali specificamente dedicato alla figura di Paolo Diacono. Di argomento milanese ha pubblicato fra l’altro la più recente edizione critica del De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva.

Postato da: italiamedievale a 08:10 | link | commenti |
appuntamenti, medioevo

sabato, 10 febbraio 2007

Un documento del 1482 sancisce l'unione fra un maestro e un cartaio
di Michela Bompiani

Francesco de Barlis, maestro di scuola, e Giorgio Ardizzone, mastro cartaio, all´hora nona del 26 novembre 1482, si recano dall´eminente notaio Andrea De Cairo, pure cancelliere della Curia, che proprio sotto la dimora dell´arcivescovo ha l´ufficio.

Un "proto-Pacs" medievale. Si promettono reciprocamente di «stare, abitare e vivere come fratelli e veri soci in comunione, società e fraternità e di dividere il pane e il vino e il vitto, come è giusto che sia». E questo sarà «in perpetuum», per sempre, e in modo che «questa società, in nessun tempo, possa essere dissolta nella loro vita e finché vivranno». Francesco e Giorgio - come si legge in uno dei documenti ritrovati, che Repubblica ha potuto visionare - si presentano davanti al notaio puro corde, con cuore puro. E l´espressione non sembra casuale, ma mirata a mettere in fuga ogni maldicenza. Sono spinti a stipulare questo accordo da espliciti sentimenti di affectio, dilectio, benevolentia, e confidentia che li legano. E questi termini, spiega Alfonso Assini, direttore coordinatore dell´Archivio di Stato di Genova, sono davvero molto forti. Scritti da un notaio che sapeva ben calibrare, come tutti i suoi colleghi, ogni parola. È ovvio non trovare alcun cenno più esplicito al legame tra i due contraenti, perché siamo nel Medioevo e la sodomia, ricorda Assini, era uno dei peccati più gravi, punti con la morte.

Ciò non toglie, con buona pace dei "teodem", che fu proprio De Cairo, un notaio che molto lavorò per la Curia genovese e per il suo arcivescovo, a redigere almeno tre atti del genere, contratti nella seconda metà del Quattrocento tra persone dello stesso sesso. In tutti i casi, due uomini. Li ha scoperti, per caso, Valentina Ruzzin, archivista, che insieme ad altre quattro studiose, sta lavorando al progetto di riordino del "Fondo notai antichi" all´Archivio di Stato di Genova, diretto da Paola Caroli, e sotto il coordinamento scientifico di Assini e della Società ligure di Storia Patria. Il progetto, della durata di quattro anni, è finanziato dalla Direzione generale degli Archivi, del Ministero dei Beni culturali. Il gruppo di lavoro ha il compito di riordinare i fogli scompaginati di oltre 1300 filze, riattribuendo a ciascun notaio gli atti effettivamente redatti. Spesso non occorre leggere i documenti, ma talvolta il testo aiuta a stabilirne la paternità: ecco perché Ruzzin è incappata in questi clamorosi atti. Almeno sei, di notai diversi, ma emersi da una lettura appunto sporadica.

In questo "pacs" medievale, viene anche regolata l´eredità: «Quando uno dei due uomini morirà, l´altro sarà erede e successore di tutti i beni». Il documento si conclude con la descrizione di una breve cerimonia con cui Francesco e Giorgio sanciscono ciò che si sono appena promessi: «Per dare solennità a quest´atto, i due si abbracciano, si stringono la mano, e si scambiano un bacio di pace». Un gesto, quest´ultimo, che non indica nulla, chiarisce Assini, perché era pratica comune scambiarsi un bacio, ad accordo concluso. Ad aver ulteriormente incuriosito Assini e le studiose è il numero di testimoni, citati in fondo all´atto. «Normalmente erano due - spiega Assini - in questo atto e negli analoghi sono cinque, tanti si convocavano solo per i testamenti». Questo, dunque, potrebbe essere indizio della delicatezza e dell´importanza del documento.

Non solo. La scelta di Andrea De Cairo, notaio eminente e attivissimo nei lavori della Curia, potrebbe essere stata necessaria e anche strategica. «De Cairo aveva una pratica immensa, solo un notaio con tanta e tale esperienza garantiva un atto di questo tipo con le formule giuste, incontestabili - riflette Assini e aggiunge - e poi, forse, non è da escludere che la sua preminenza nell´ambito ecclesiastico potesse mettere al riparo da sospetti un tipo di contratto del genere».

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L´INTERVISTA

«Potrebbero essere antichi "pacs", i documenti scoperti all´Archivio di Stato di Genova, ma devono ancora essere studiati. È certo che la società medievale non era ipocrita come la nostra»: Gabriella Airaldi, docente di Storia medievale alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell´Università di Genova, commenta così la clamorosa scoperta.

Professoressa, in uno dei documenti si descrive il legame tra i due uomini con "dilectio", "affectio", "benevolentia", "confidentia".

«Questi termini sono specifici: per questo il documento mi pare molto interessante. Il valore delle parole, in questo tipo di atti, è fondamentale: venivano scelte e soppesate con cura. Per stabilire il contratto tra coniugi, ad esempio, si parlava di "affectio maritalis", e in questo documento torna proprio quella parola. E certo non si poteva andare oltre... «.

Perché?

«Se tra i due signori ci fosse stato un rapporto sentimentale, non sarebbe stato certo trascritto, perché l´omosessualità era uno dei peccati più terribili. Anche se nel Medioevo era diffusissima, lo confermano i molti studi specifici che sono stai condotti»

Cosa spinse un maestro di scuola e un cartaio a rivolgersi al notaio?

«Dobbiamo partire da un presupposto fondamentale. La società medievale genovese ricorreva al notaio per tutto. Era il riferimento principale, l´unico ad avere la potestà pubblica di redigere atti che avessero validità universale. Si facevano contratti per ogni cosa, da quelli matrimoniali a quelli commerciali: anche tra gli uomini e le proprie concubine»

Un contratto con la concubina?

«Certo, si chiamavano atti di concubinato. In cui si regolavano i rapporti reciproci con la propria amante. Dobbiamo fare un balzo, per capire tutto questo: noi applichiamo a questi documenti la nostra cultura, che è fortemente impregnata della morale che arriva dal Concilio di Trento. Per leggere con la dovuta scientificità, dobbiamo saltare al di là del Concilio»

È possibile: gli uomini medievali avevano una mentalità molto più aperta di quelli del XXI secolo?

«È proprio così: moralmente le cose andavano in modo molto diverso da oggi. Non esisteva questa ipocrisia cui assistiamo, che spinge a correggere ogni minuto, e continuamente, il testo sui Pacs. Era una società, quella medievale, meno organizzata, a maglie più larghe, ma sostanzialmente più serena. C´erano, certo, le regole, ma c´era anche molto più spazio per le eccezioni»

Quindi non la stupisce che sia un cancelliere dell´arcivescovo a rogare un antenato dei "Pacs"?

«Per niente. La famiglia allora aveva confini tanto più grandi: era normale avere figli fuori dal matrimonio, così come era diffusissimo che gli uomini di Chiesa avessero figli»

E le donne?

«Anche le donne genovesi erano attive nella società e ricorrevano spesso al notaio, soprattutto per atti commerciali. È naturale, Genova era una città anomala, un porto, aperta per definizione: gli uomini stavano via, in mare, per mesi e mesi, e a mandare avanti le attività di famiglia ci pensavano, ed erano bravissime, le donne»

Dunque, cosa pensa dei "proto-Pacs" scoperti a Genova?

«Che sono atti interessantissimi, e soprattutto in questo momento, perché raccontano come le esigenze degli uomini non cambino attraverso i secoli. Ma non sono per nulla stupita della scoperta: chi conosce il Medioevo, sa che quella società era molto più aperta della nostra. Bisogna incominciare a conoscere il Medioevo per quello che era, non per quello che pensiamo sia stato». (Fonte: Gay News di venerdì 9 febbraio 2007)

Postato da: italiamedievale a 08:20 | link | commenti (2) |
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